Alle 15:42 di un giovedì grigio, la chiamata arrivò come tante altre: traffico bloccato sulla A14, motociclisti fermi di traverso, automobilisti esasperati, rischio di lite in carreggiata. Io ero a meno di sette chilometri, all’altezza di San Lazzaro, con ancora il sapore amaro del caffè preso in fretta all’area di servizio. In ventidue anni nella Polizia Stradale avevo imparato che le cose peggiori, su un’autostrada, non iniziano sempre con un incidente. A volte iniziano con un gruppo di persone convinte di avere ragione, un clacson che non smette, una parola detta troppo forte. Per questo arrivai già preparato al peggio.
La prima immagine fu quella delle moto. Dodici davanti, altre tre più indietro, tutte nere, ferme in una formazione troppo ordinata per essere casuale. Non occupavano la strada come chi vuole provocare; la custodivano. Questo mi infastidì ancora di più, perché la legge non funziona a sensazioni. Se blocchi una corsia, crei pericolo. Se blocchi due corsie, ti assumi una responsabilità enorme. Dietro di loro c’erano almeno cento auto, un furgone bianco con la scritta di un’impresa edile, una Lancia Ypsilon con una donna anziana al volante, due camion e un pullman mezzo vuoto. La rabbia saliva dai finestrini come calore.
Quando misi piede sull’asfalto, sentii il rumore dei motori al minimo attraversarmi lo sterno. Il capo del gruppo era facile da riconoscere: stava più avanti degli altri, immobile, il casco nero appoggiato contro il petto. Non aveva l’aria di chi cerca una rissa. Aveva l’aria di chi sta tenendo fermo qualcosa che potrebbe cadere.
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