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Alle 15:42 sulla A14, tra Bologna e Imola, dodici motociclette erano già ferme di traverso davanti a una Fiat Panda bloccata e a due corsie di automobilisti furiosi, mentre dietro di loro avanzava piano un carro funebre nero con una bara di legno chiaro e nessuno, proprio nessuno, seduto accanto al feretro. Io — ispettore della Polizia Stradale, ventidue anni passati a riconoscere una minaccia prima che diventi tragedia — vidi subito tre cose che non quadravano: nessuno dei motociclisti rideva, il primo teneva il casco contro il petto come in chiesa, e l’autista del carro funebre non suonava il clacson. Quando il capo del gruppo abbassò gli occhi e disse: «Dentro c’è un uomo che non aveva più nessuno», la mia mano si fermò sulla radio. Stavo per ordinare lo sgombero immediato. In tasca avevo già il blocchetto delle contravvenzioni e l’autorità per farli spostare. Ma quello che vidi nel parabrezza del carro funebre mi costrinse a cambiare comando. «Liberate la strada. Subito.» L’asfalto tremava sotto il rombo basso delle moto. L’aria sapeva di gasolio, freni caldi e pioggia vecchia rimasta sui guardrail. Le auto dietro di noi erano ferme da quasi mezz’ora: qualcuno urlava dal finestrino, qualcuno riprendeva con il telefono, una donna agitava lo scontrino del supermercato come se quel ritardo fosse un’offesa personale. Io scesi dalla volante con le luci blu ancora accese. Avevo già visto blocchi abusivi, raduni finiti male, discussioni nate per niente e diventate verbali da dodici pagine. Il primo motociclista era un uomo sui sessant’anni, barba grigia, giubbotto consumato, mani grosse appoggiate al manubrio. «Non potete bloccare un’autostrada,» dissi. «Questa non è una piazza di paese.» Lui non alzò la voce. Mi guardò come si guarda un prete prima di confessare una cosa brutta. «Non siamo qui per fare scena, ispettore.» Poi indicò il carro funebre. Il mezzo avanzava a passo d’uomo, lucido e silenzioso. Sul cruscotto c’era un piccolo rosario appeso allo specchietto. Accanto al conducente, nessun parente. Nessun fiore con la fascia “i tuoi figli”. Nessuna macchina familiare dietro. Solo quelle moto. «Si chiamava Ernesto De Luca,» disse il motociclista. «Ottantadue anni. Due missioni nei Balcani, trentasei anni in officina a Casalecchio. È morto martedì alle 6:20 in una casa di riposo. Quando l’agenzia funebre ha chiesto la lista dei presenti, la lista era vuota.» «Vuota?» chiesi. «Zero moglie. Zero figli. Zero fratelli. Nemmeno un cugino disposto a firmare un fiore da 45 euro.» Una macchina dietro di noi suonò il clacson lungo, rabbioso. Il motociclista non si voltò neppure. «Lo stavano portando al cimitero comunale con solo l’autista. Abbiamo saputo la storia ieri sera al bar della stazione. E abbiamo deciso che un uomo non deve entrare sotto terra come un pacco smarrito.» Quelle parole mi rimasero in gola. Guardai la bara. Guardai la fila di automobilisti. Guardai il mio riflesso nel finestrino della volante: divisa stirata, pistola al fianco, distintivo lucido, una legge in mano e un dubbio più grande della carreggiata. «Un pacco smarrito.» Mi avvicinai al carro funebre. L’autista abbassò il finestrino di pochi centimetri. Aveva gli occhi rossi. «Conferma?» domandai. Lui annuì. «Ho visto funerali poveri, ispettore. Ma così soli, quasi mai.» In quel momento una voce uscì da una BMW dietro di noi. «Oh! Noi dobbiamo lavorare! Non è mica un film!» Il capo dei motociclisti strinse il casco al petto. Non rispose. E proprio quel silenzio, più di qualunque sfida, mi fece vergognare del comando che stavo per dare. Presi la radio. Dall’altra parte, la centrale chiese: «Unità 27, serve supporto per sgombero?» Guardai ancora una volta la bara di Ernesto. «Negativo.» Il motociclista sollevò appena il mento. «Unità 27 alla centrale,» dissi, con la voce più ferma che potevo. «Sto assumendo scorta ufficiale per corteo funebre di ex militare deceduto senza familiari. Richiedo pattuglie agli svincoli successivi. Blocchiamo gli accessi fino al cimitero.» Per due secondi la radio rimase muta. Poi: «Ricevuto, 27. Procedete.» Montai in volante, accesi tutte le luci, mi misi davanti alle moto e presi il microfono dell’altoparlante. Gli automobilisti continuavano a filmare, aspettando forse uno sgombero, una multa, una scena da pubblicare con rabbia. La mia voce attraversò l’autostrada. «Spegnete i motori e scendete dalle auto. Sta passando un uomo che non aveva nessuno.» Il silenzio arrivò prima del rispetto. Uno dopo l’altro, i clacson tacquero. Le portiere si aprirono. Un camionista si tolse il cappello. Una signora con il rossetto sbavato fece il segno della croce. Un ragazzo, ancora con il telefono in mano, smise di registrare e abbassò lo sguardo. Poi diedi il comando che nessuno si aspettava. «Caschi al petto. Volanti davanti. Motociclette ai lati. Oggi Ernesto torna a casa come si deve.» Le dodici moto ripartirono insieme, lente, profonde, non più come un blocco ma come una guardia d’onore. Il carro funebre scivolò dietro di noi. La strada, pochi minuti prima piena di rabbia, diventò una navata lunga due chilometri. Al cimitero di San Lazzaro, nessun parente aspettava vicino al cancello. Solo il custode, due cipressi mossi dal vento e una fossa già aperta. I motociclisti si misero in fila senza che nessuno glielo chiedesse. Il capo del gruppo appoggiò il casco sull’erba. «Non era solo,» disse piano. E quello che ho trovato nei commenti qui sotto cambierà tutto ciò che pensi di sapere su questa storia.

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