Io però non ero lì per interpretare poesie.
«Liberate la strada. Subito.»
Lui mi guardò senza sfidarmi. Aveva una barba grigia, gli occhi chiari e una giacca di pelle piena di toppe consumate. Una diceva “Strada e Memoria”. Un’altra portava una piccola bandiera italiana cucita male, con un filo rosso che pendeva.
«Ispettore,» disse, «prima guardi dietro di noi.»
Mi voltai solo per un istante, abbastanza per vedere il carro funebre.
Non era uno di quelli moderni e lucidi da grande agenzia cittadina. Era nero, un po’ segnato sugli angoli, con le cromature pulite ma vecchie. Si muoveva piano dietro alle motociclette. L’autista teneva entrambe le mani sul volante e non suonava. Questa fu la seconda cosa che mi colpì: se quei motociclisti lo avessero bloccato davvero, lui avrebbe protestato. Invece seguiva il corteo con la calma triste di chi conosce il motivo.
Dentro, attraverso il vetro laterale, intravidi una bara di legno chiaro. Sopra non c’erano corone esagerate. C’era un mazzo sobrio di crisantemi bianchi, una fascia semplice e un piccolo tricolore piegato accanto.
«Chi c’è dentro?» chiesi.
Il motociclista abbassò gli occhi.
«Ernesto De Luca. Ottantadue anni. Ex militare. Due missioni nei Balcani, poi trentasei anni in officina. Ha aggiustato le auto di mezzo quartiere a Casalecchio. È morto martedì mattina alle 6:20 nella casa di riposo Villa Serena.»
«E voi siete parenti?»
Lui scosse la testa.
«No. Ed è proprio questo il punto.»
Il vento spinse l’odore di gasolio verso di noi. Dietro, qualcuno gridò che doveva arrivare a Bologna per una visita. Un altro urlò che avrebbe chiamato i carabinieri. Io tenni lo sguardo sul
motociclista.
«Spiegati in fretta.»
«Quando l’agenzia funebre ha chiamato per sapere chi veniva al funerale, non c’era nessuno. Moglie morta nel 2009. Nessun figlio. Fratello deceduto. Due cugini rintracciati, entrambi hanno detto che non potevano. Uno ha chiesto se almeno l’eredità era interessante.»
Quella frase mi entrò sotto la divisa.
«Uno ha chiesto dell’eredità?»
«Sì. E quando ha saputo che Ernesto aveva solo 1.870 euro sul conto e una stanza in casa di riposo da svuotare, ha chiuso la telefonata.»
Il motociclista non stava recitando. La sua voce era troppo piatta, troppo trattenuta. Dietro di lui, una donna biker sui cinquant’anni si asciugò la guancia con il dorso del guanto. Un altro teneva in mano una foto plastificata: un uomo giovane in uniforme, sorriso storto, braccia incrociate davanti a un camion militare.
«Come avete saputo di lui?» domandai.
«Mio fratello lavora all’obitorio comunale. Ha detto: “Domani portano via un vecchio soldato da solo”. Noi ci ritroviamo ogni mercoledì in un bar vicino alla stazione. Qualcuno ha detto che non era affar nostro.»
Fece una pausa.
«Io ho risposto: “Allora oggi diventa affar nostro”.»
Da una macchina ferma arrivò un’altra frase, secca, cattiva.
«Ma che ce ne frega a noi di un morto?»
Il capo dei motociclisti non si voltò. Io sì.
Vidi un uomo sulla quarantina, camicia bianca, occhiali da sole, telefono ancora puntato. Accanto a lui, una ragazza adulta abbassò lo sguardo, imbarazzata. Forse era sua moglie, forse una collega. Non dissi nulla. A volte il silenzio è l’unico modo per far sentire a qualcuno la forma delle sue parole.
Mi avvicinai al carro funebre. L’autista abbassò il finestrino. Era un uomo magro, sui sessant’anni, con la cravatta nera leggermente storta e gli occhi arrossati.
«È tutto vero?» chiesi.
Lui annuì. «Sì, ispettore. Servizio comunale. Sepoltura semplice. Nessun familiare presente. Mi hanno detto di fare in fretta perché alle 17:00 ho un altro servizio.»
Guardai la bara.
«Aveva chiesto qualcosa? Prima di morire?»
L’autista esitò. Poi prese dal sedile un foglio piegato. Non me lo consegnò subito; lo tenne tra le dita come fosse fragile.
«L’infermiera della casa di riposo ha scritto che, l’ultima settimana, Ernesto chiedeva sempre se qualcuno sarebbe venuto. Pare dicesse: “Almeno non fatemi fare l’ultima strada da solo”.»
Non fatemi fare l’ultima strada da solo.
Questa era la frase che cambiò tutto.
Fino a quel momento avevo davanti un’infrazione. Da quel momento avevo davanti un uomo morto che aveva chiesto una cosa minima: non sparire in silenzio. Nessuna eredità. Nessun discorso. Nessuna lapide importante. Solo qualcuno dietro di lui per l’ultimo tratto.
Tornai dal capo dei motociclisti.
«Quanto manca al cimitero?»
«Dodici chilometri. San Lazzaro. Campo comune, fila G.»
«Avete un’autorizzazione?»
Lui abbassò la testa. «No.»
«Avete avvisato qualcuno?»
«Solo l’agenzia. Ci hanno detto che se non creavamo problemi potevamo seguire. Poi il traffico si è stretto, la gente ha iniziato a tagliarci davanti, e abbiamo fatto scudo al carro.»
Tecnicamente, era un disastro. Praticamente, era la cosa più umana che avessi visto da mesi.
La centrale chiamò sulla radio.
«Unità 27, aggiornamento. Serve supporto per rimozione?»
Tenevo il microfono in mano. Sentivo addosso gli occhi di tutti: motociclisti, autisti, curiosi, arrabbiati, l’autista del carro funebre. Bastava una parola e avrei rimesso il mondo nel suo ordine: moto a lato, traffico libero, carro funebre lasciato andare da solo verso il cimitero.
La legge sarebbe stata soddisfatta.
Ma non sempre l’ordine coincide con il rispetto.
Premetti il pulsante.
«Centrale, qui Unità 27. Negativo per rimozione. Sto trasformando il transito in scorta funebre ufficiale. Richiedo due pattuglie agli svincoli successivi e blocco temporaneo degli accessi. Destinazione cimitero di San Lazzaro.»
Ci fu silenzio.
Poi una voce diversa, forse il sovrintendente di turno, rispose: «Unità 27, ripeti motivo.»
Guardai il foglio dell’autista. Guardai la bara.
«Ex militare deceduto senza familiari. Corteo spontaneo già in atto. Lo accompagniamo noi.»
Ancora un secondo di vuoto.
«Ricevuto. Procedete con prudenza.»
Il capo dei motociclisti si portò due dita agli occhi. Non pianse davvero, non davanti a tutti. Ma qualcosa cedette nella linea dura del suo viso.
Io tornai alla volante, accesi il lampeggiante completo e mi misi davanti al gruppo. Prima di partire, presi il microfono dell’altoparlante. Dall’abitacolo vedevo gli automobilisti ancora tesi, pronti a indignarsi per il prossimo minuto perso.
Parlai lento, scandendo ogni parola.
«Qui Polizia Stradale. Spegnete i motori. Togliete cappelli e occhiali. Sta passando Ernesto De Luca, e oggi non passerà da solo.»
La trasformazione fu quasi fisica. Prima tacquero i clacson. Poi i motori. Poi le voci. Le portiere iniziarono ad aprirsi una dopo l’altra. Un camionista scese con il giubbotto catarifrangente e si tolse il berretto. La donna della Lancia Ypsilon fece il segno della croce. Un ragazzo con la tuta da corriere si appoggiò al furgone e abbassò il telefono, come se registrare fosse diventato improvvisamente indecente.
L’uomo della BMW rimase seduto qualche secondo di più.
Poi anche lui scese.
Quando il corteo ripartì, io guidavo davanti a passo lentissimo. Dietro di me, le moto si disposero ai lati del carro funebre. Non acceleravano, non facevano scena, non cercavano applausi. Il loro rombo era basso, pieno, quasi liturgico. Sembrava un organo di chiesa fatto di metallo e benzina.
Ogni svincolo venne chiuso per pochi minuti. Una seconda pattuglia ci raggiunse all’uscita successiva. Il collega, quando capì, non fece domande. Si tolse il berretto mentre il carro gli passava accanto.
Al cimitero, il custode ci aspettava con il registro in mano. Era un uomo piccolo, con una giacca verde e le scarpe sporche di terra. Guardò il corteo, poi guardò me.
«Pensavo arrivasse solo l’autista,» disse.
«Ha trovato traffico,» risposi.
Il capo dei motociclisti sorrise appena per la prima volta.
La bara fu portata verso la fila G. Non c’erano parenti, ma c’erano quindici motociclisti, tre agenti, un autista funebre, un custode e due automobilisti che avevano seguito il corteo dopo essersi vergognati di aver urlato. Uno era il camionista. L’altro era l’uomo della BMW.
Nessuno fece un discorso lungo. Il prete della parrocchia arrivò in ritardo, trafelato, con il messale sotto il braccio. Disse poche parole, forse le stesse che aveva detto cento volte. Ma quel giorno, sotto i cipressi mossi dal vento, suonarono diverse.
«Signore, accogli il tuo servo Ernesto.»
Quando la bara cominciò a scendere, il capo dei motociclisti fece un passo avanti.
«Non era solo.»
Lo disse piano. Non come una sfida. Come una correzione scritta sul margine di un documento sbagliato.
Dopo la sepoltura, l’autista del carro funebre mi consegnò il foglio della casa di riposo. Sopra, oltre alla nota dell’infermiera, c’era una piccola fotografia spillata: Ernesto seduto su una panchina del cortile, una coperta sulle ginocchia, il sole sulla faccia. Sul retro, qualcuno aveva scritto a penna: “Gli piaceva sentire le moto passare sulla statale. Diceva che sembravano amici che venivano a prenderlo”.
Piegai il foglio e lo diedi al capo dei motociclisti.
«Tenetelo voi.»
Lui scosse la testa. «No, ispettore. Lo tenga lei. Così la prossima volta che qualcuno le dice che siamo solo rumore, si ricorda di questo.»
Lo conservo ancora nel cassetto della scrivania, dentro una busta color avorio, accanto a una vecchia multa mai consegnata. Non per nostalgia. Non per vantarmi. Solo perché, ogni tanto, quando sento in lontananza il rombo di una moto, rivedo quel carro funebre nero avanzare piano sulla A14, e il casco di un uomo appoggiato sull’erba come un fiore.
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