urante una notte inondata di pioggia misteriosa, un lupo appenninico si ritrovò trascinato nella corrente turbolenta del Tevere, nei pressi di una Roma addormentata e fluttuante come un pensiero sospeso. Le notizie di questo singolo evento giunsero, come voci portate dal vento, alle orecchie di alcuni carabinieri che pattugliavano la città con le loro uniformi lucide e gli occhi colmi di sogni antichi.
Senza indugio, balzarono sulle rive ondeggianti del fiume come se danzassero sulle note di una vecchia tarantella, e si gettarono in acqua a salvare la bestia. Le loro mani riuscirono ad afferrare il lupo, già mezzo perso tra le onde ei riflessi sdoppiati della città nei flutti argentei.
Con un vecchio furgone azzurro brandito dal destino, i carabinieri portarono la creatura in un posto sicuro, forse in un casolare immerso tra gli ulivi ei cipressi, dove il tempo sembrava scorrere al contrario. Qui, il veterinario dal nome di Valentina poggiò le mani delicate sull’animale e, dolcemente, lo addormentò per un attimo con una carezza e una siringa sottile.
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