— Anch’io, — risposi. — Più di tutti.
Dopo quella telefonata capii che dovevo tornare in ospedale.
Non per lui.
Per lei.
Arrivai verso sera e mi sedetti sulla stessa panchina dove tutto era cominciato. Faceva fresco. Le foglie degli alberi si muovevano sopra il parcheggio. Le persone uscivano con borse, fiori, stanchezza sulle spalle.
La donna rom non arrivò subito. Pensai quasi che non l’avrei vista. Poi le porte scorrevoli si aprirono e lei uscì con il suo cestino mezzo vuoto.
Mi riconobbe immediatamente.
Non sembrò sorpresa.
Come se sapesse che sarei tornata.
— Posso? — chiese, indicando la panchina.
— La stavo aspettando.
Si sedette accanto a me. Per qualche secondo restammo in silenzio.
— Lei sapeva tutto? — domandai.
— Non tutto, — rispose. — Ma abbastanza. Ho visto più volte quella donna entrare nella stanza di suo marito. Troppo sicura per essere una “cugina”, come diceva lui. Una volta ho sentito un pezzo di conversazione vicino all’ingresso laterale. Mi è bastato.
— Perché l’ha detto a me?
Guardò le finestre dell’ospedale.
— Perché anni fa nessuno lo disse a me, — mormorò. — Non qui. In un altro posto. Ma anch’io ero seduta e credevo. E ho perso molto più dei soldi.
La guardai meglio. Solo allora mi accorsi che le sue mani, strette sul cestino, tremavano appena.
— Non aveva paura di mettersi nei guai?
Lei fece un mezzo sorriso.
— Signora, una come me è sempre già nei guai per qualcuno. Se parlo, do fastidio. Se sto zitta, sono invisibile. Almeno questa volta essere invisibile è servito a qualcosa.
Quelle parole mi fecero male.
Per giorni avevo pensato a lei come alla donna che mi aveva salvata. Ma solo in quel momento capii che anche lei pagava un prezzo. Il prezzo di essere guardata e non vista. Giudicata prima ancora di parlare.
— Mi scusi, — dissi piano.
Lei voltò appena il viso verso di me.
— Per cosa?
— Per aver pensato, anche solo per un minuto, che forse lei esagerava. Che forse non dovevo ascoltarla.
La donna abbassò lo sguardo sui fiori rimasti.
— Ci sono abituata. Ma lei mi ha ascoltata alla fine. È questo che conta.
Mi vennero le lacrime agli occhi.
— Lei mi ha salvata.
Lei scosse la testa.
— No. Io ho solo spinto la porta. Lei l’ha aperta.
Quella frase mi rimase addosso.
Perché era vero.
Lei non aveva vissuto il mio orrore al posto mio. Non era stata accanto al letto di Marco. Non aveva ascoltato la registrazione nella cucina buia. Non aveva guardato il suo volto mentre recitava la debolezza.
Mi aveva solo dato una parola.
Telecamera.
Poi ero stata io a dover restare in piedi.
— Pensavo che la cosa peggiore fosse perdere mio marito, — dissi. — Invece è stato scoprire che lui mi aveva già persa come persona, ma continuava a usare il mio amore.
Lei annuì.
Poi prese un piccolo mazzo dal cestino. Erano fiori semplici, gialli, forse nemmeno freschissimi. Me li porse.
— Questi non glieli vendo, — disse. — Li tenga. Non per lui. Per lei.
Li presi con entrambe le mani.
— Grazie.
La donna si alzò.
— Non se lo porti addosso più del necessario.
— Chi?
— Non lui. Quello che lui le ha lasciato dentro.
E se ne andò.
Io rimasi a lungo su quella panchina, con i fiori gialli in mano. Guardavo la sera scendere sulle finestre dell’ospedale, i lampioni accendersi, le persone passare con le loro paure, le loro speranze, le loro notizie buone o cattive.
E per la prima volta da giorni mi permisi di piangere.
Piano.
Senza singhiozzi.
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